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venerdì, 19 ottobre 2007

GIGI MERONI, IL SESTO BEATLES

Il 15 ottobre del 1967 moriva Gigi Meroni, leggendario numero 7 della formazione del Torino anni 60.

Per la ricorrenza la città piemontese gli ha dedicato un monumento, alla presenza dell'attuale presidente granata Urbano Cairo.

Aveva solo 24 anni quando, per ironia della sorte, il fuoriclasse del Toro fu travolto, in Corso re Umberto, da un diciannovenne appena patentato che era uno dei suoi più grandi fan.

Si chiamava Attilio Romero e trentatrè anni dopo, nel 2000 (e fino al 2005), diventò presidente del Torino.

Il calciatore che vestiva come i Beatles - Oggi quello del calciatore granata può risultare solo un nome già sentito nelle cronache del calcio.

Ma in quegli anni sessanta, tanto particolari e controversi, Meroni era un personaggio straordinario e unico.

Tanto amato e, a volte, odiato per il suo modo personalissimo di concepire il calcio e la vita.

In campo scendeva con i calzettoni abbassati, i cappelli e i basettoni lunghi, come usavano quelli della sua generazione.
 
Ma aveva un dribbling ubriacante e delle movenze aggraziate che sbilanciavano l'avversario e indussero a definirlo "La farfalla".

Nella sua esistenza volle succhiare il nettare della vita alla sua maniera, senza compromessi.

Amava vestire come i Beatles che tanto gli piacevano e si disegnava personalmente gli abiti, cercando di imitare quelli usati dal quartetto di Liverpool.
 
Ascoltava il jazz, dipingeva e scriveva poesie.

Se gli saltava, usciva a passeggio con una gallina al guinzaglio e poteva travestirsi, come fece, da giornalista per chiedere ai passanti cosa ne pensassero di Meroni.

Tutto ciò gli apparteneva, come i capelli sulla schiena e le finte disorientanti in campo, perché lui era così.

Non lo si poteva cambiare.

Non era una questione di immagine o di marketing, come si potrebbe pensare di qualche personaggio calcistico ai giorni nostri: lui era intimamente così e basta.

Per non tagliarsi i capelli rifiutò la convocazione in Nazionale - Fu una "farfalla" che volò solo per una manciata di stagioni, eppure lasciò un ricordo indelebile nei tifosi torinisti e in tutti gli amanti dello sport.

Nato a Como giocò dapprima con la squadra lariana e poi nel Genoa.

Ma fu con il Torino di Nereo Rocco che si consacrò in modo definitivo alla leggenda del calcio.

Edmondo Fabbri gli comunicò l'intenzione di farlo esordire in Nazionale, a patto che si tagliasse i capelli: lui, ovviamente, rifiutò la convocazione.

Giocò comunque più d'una volta anche in azzurro, in un periodo non troppo fortunato per l'Italia, quello della famosa sconfitta con la Corea (partita durante la quale Meroni non entrò in campo).

Un personaggio amato dai giovani - Era molto amato, il "giocatore beat", davvero tanto.

A tal punto da scatenare una rivolta di popolo quando i tifosi granata seppero che stava per essere ceduto alla Juventus, che per lui offriva mezzo miliardo: una cifra impensabile per quei tempi.

Forse fu l'amore della gente o forse il suo carattere sensibile, fatto sta che restò all'ombra della Mole Antoneliana e vicino alla sua Cristiana, la donna sposata con cui conviveva e che adorava, nella mansarda di Piazza Vittorio.

La storia con Cristiana era un'altra delle cose che lo fece probabilmente idolatrare, soprattutto dai giovani, perché rompeva gli schemi di una società ancora conservatrice e bacchettona.

Con la bellissima dei Luna Park si erano conosciuti e innamorati e lui tentò di impedirne il matrimonio già concordato dai genitori.

Dicono perfino che si presentò, durante la cerimonia nuziale, per cercare di portarla via, Cristiana, come fece Dustin Hoffman con la propria amata ne "Il laureato".

E non ci sarebbe da stupirsi se fosse vero: ne era capace.

Il presidente: "Grande calciatore e grande uomo" - Morì in modo inaspettato, ancora giovanissimo facendo rimpiangere agli amanti del calcio ciò che poteva essere e non fu.

Durante la sua commemorazione, Cairo, ha portato un mazzo di fiori e una maglia numero 7, pronunciando delle parole che suonano emblematiche.

"Ne ricordo con commozione i dribbling, i calzettoni abbassati e la capacità di prendere duri colpi in campo senza reagire mai - ha detto il presidente granata riferendosi a "Calimero" Meroni - Anche per questo resta un esempio di lealtà sportiva e onestà.
 
E' stato un mito, un grande calciatore e un grande uomo".

Per i tuoi commenti invia a : ilcompetente@alice.it

Postato da: ilcompetente a ottobre 19, 2007 21:11 | link | commenti |



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